JAZZCONVENTION.NET – Intervista 25 luglio’11 – a cura di Guido Michelone

Jazz Convention: Così, a bruciapelo puoi parlarci del tuo nuovo lavoro discografico?
Felice Clemente: Nuvole di carta è il mio sentito omaggio a un giovane amico che ci ha lasciato tre anni fa, un ragazzo di grande ricchezza d’animo, con tanti progetti che avrebbe voluto realizzare. A lui e ai suoi sogni è dedicato questo mio ultimo lavoro, il cui titolo – Nuvole di carta – allude proprio alla fusione tra i sogni (le nuvole) e la loro realizzazione (la carta), come se, in qualche modo, con le mie note io abbia voluto dar forma ai suoi desideri a occhi aperti. Le nuvole assumono così la forma dei nostri sogni che, col passare della vita e delle esperienze, mutano, delineando contorni sempre diversi e più complessi, a volte anche più semplici, ma in continuo movimento. Le sue nuvole purtroppo si sono fermate, cristallizzandosi in un eterno presente, divenendo di carta. Ho lavorato molto sulle scelte timbriche e ritmiche, sulla forma dei brani, cercando di destrutturare i temi in modo da dare più spazio all’improvvisazione creativa dei musicisti, senza rinunciare però a quell’elemento melodico che considero parte irrinunciabile della mia cifra stilistica. L´intesa con Massimo Colombo, Giulio Corini, Massimo Manzi è simbiotica e c´è un´assoluta empatia.

JC: Che influenze ha questo lavoro?
FC: Il jazz di Nuvole di Carta ha delle radici italiane in cui c’è una notevole attenzione per la componente improvvisativa insieme alle gestione delle dinamiche toccando tutti i registri, dal brano lento a quello più veloce, dai ritmi incalzanti alle sonorità più coinvolgenti ed europee dove melodie ed improvvisazioni stanno fianco a fianco complementandosi a vicenda. Ne è venuto fuori un’esperienza estetica sempre cangiante, in continua metamorfosi, ricca di continue sorprese anche per noi musicisti, che abbiamo cercato di lasciar cantare l’istinto, il cuore, le emozioni, tutto ciò che può dar forma e concretezza ai sogni. Nostri, di questo caro amico e, spero, di chiunque ci ascolterà.

JC: Mi racconti ora il primo ricordo che hai della musica?
FC: Premesso che la mia famiglia è una famiglia di musicisti e amanti della musica. Il mio primo ricordo matura all’interno di essa sotto la guida di mio nonno materno clarinettista e direttore della banda musicale di un piccolo paese in provincia di Reggio Calabria. A Lui devo l’amore per la musica attraverso il clarinetto, strumento che suonava anche lui e che aveva trovato immediatamente la mia approvazione. Ricordo che mi aveva regalato il suo primo clarinetto all’età di sei anni. Un cimelio molto antico (pensa che aveva solo nove chiavi). Questo per me è stato uno dei ricordi più belli e che conservo gelosamente.

JC: Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare un musicista jazz?
FC: Ci sono arrivato progressivamente, ma è cominciato molto presto. A 6 anni mi innamorai del clarinetto e a 9 cominciai a studiarlo in Conservatorio a Milano lavorando sul repertorio classico, ma intanto a 14 anni ascoltavo i dischi dei Weather Report e dei Yellowjackets che una persona mi aveva prestato, e più ascoltavo questo tipo di musica più sentivo la necessità di scoprire l’origine di quei suoni e di conoscere l’evoluzione di quella musica. Così sono tornato indietro e ho scoperto Charlie Parker, Sonny Rollins, John Coltrane, Miles Davis, Thelonius Monk ed altri…musicisti che poi sarebbero diventati miei idoli e a cui devo la mia scelta diventando così la mia ragione di vita. Un altro passaggio importante che ha determinato questa svolta, quella che mi porterà ad abbracciare completamente il jazz, arriva nel 2001 quando ho incontrato e conosciuto Sonny Rollins dopo un concerto a Reggio Emilia. Davanti a lui capì che il mio futuro sarebbe stato nel jazz tanto che dopo un anno e mezzo incisi il mio primo disco.

JC: Ha ancora un significato oggi la parola jazz?
FC: Direi proprio di sì. Jazz significa ancora improvvisazione, libertà, integrazione e condivisione.

JC: Ma cos’è per te il jazz?
FC: È modus vivendi. Racchiude in sé tutti gli aspetti della vita e delle persone e le risolve in un modo fondamentale attraverso l’energia e il mettersi in gioco continuamente. Questo è il jazz. L’istante. La consapevolezza che qualsiasi istante e qualsiasi interpretazione non sarà più ripetibile. Credo che il jazz sia capace di catalizzare l’attenzione di chiunque. Un po’ come una donna che non invecchia mai e riesce sempre a sedurti. Il jazz mi ha sedotto molti anni fa e tutto ciò si rigenera in continuazione.

JC: Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla musica jazz?
FC: Nell’immaginario della gente comune il jazz è una musica di nicchia, complicata e solo per intenditori troppo difficile da capire. Tutto questo è sbagliato secondo il mio pensiero. Il jazz è tutt’altro ed è per tutti. In questi anni ho fatto del mio meglio per dimostrare che queste convinzioni sono errate. Tutto ciò l’ho potuto notare direttamente ai miei concerti e di altri professionisti, dove partecipavano persone che magari non avevano mai assistito ad un concerto jazz e ne uscivano esaltati e contenti di aver “capito” e colto l’emotività di questa grande musica.

JC: Quindi per il jazz si tratterebbe di “capire”, di “conoscere”?
FC: Una delle espressioni più comuni che ho sentito è: ma il jazz non è così difficile come immaginavo o come mi avevano detto! Tutto sta nel viverlo direttamente senza filtri. Penso che il jazz sia un esempio di come bisognerebbe condurre i rapporti interpersonali per diventare davvero un cittadino globale nel senso più positivo e moderno. Chi suona e ama il jazz è più predisposto a condividere esperienze diverse, è disposto ad integrare davvero culture differenti, ascoltare e comprendere ciò che non conosce e farlo proprio, mettersi in gioco sempre senza la convinzione di essere già arrivati, dove l’obiettivo comune diventa necessario; è una musica che ti pone di fronte a delle scelte, alle cose e alle persone in modo umile e ben disposto rispettando e ascoltando ciò che l’altro ha da dirti senza voler prevaricare sulle idee degli altri. Ogni esecuzione diventa unica e irripetibile, quindi metti a nudo tutto te stesso evidenziando anche gli angoli più reconditi della tua anima. Se la società prendesse più spunto e favorisse maggior diffusione e conoscenza della cultura e filosofia della musica jazz credo e penso di non sbagliarmi tutto andrebbe meglio. Il jazz è vita!

JC: Come pensi che si evolverà il jazz del presente e il jazz del futuro?
FC: Io credo molto nella strada indicata da Wayne Shorter, ovvero dove composizione, arrangiamento e improvvisazione coesistono e diventano un tutt’uno senza dividere e separare i piani esplorando fra gli stili, poiché molto si è già detto e fatto.

JC: Tra i molti dischi che hai fatto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?
FC: Sono molto affezionato a tutti gli otto dischi fatti, come se fossero dei figli e ognuno di essi ha segnato un momento importante della mia carriera e della mia vita. Ovviamente il primo mi ha fatto conoscere al pubblico e quindi c’è un particolare affetto, ma l’ultimo mi rappresenta ovviamente di più, in quanto attuale. Ogni disco ha aggiunto qualcosa alla mia vita e sono molto curioso di sapere cosa la vita e la musica mi suggerirà per il futuro delineando sempre più il mio cammino e il mio viaggio.

JC: Quali sono stati i tuoi maestri nel sax, nella musica, nella cultura, nella vita?
FC: Sicuramente in primis mio nonno Rocco, colui che oltre ad avviarmi alla musica ed essere un esempio di integrità, coerenza, determinazione e onestà. Continuava a ripetermi che la musica è sempre un punto di partenza. Una frase che quando iniziai a suonare non capivo fino in fondo, ma col passare del tempo è diventata il mio motto di vita. Poi certamente i miei maestri di musica, ovvero Luciano Tessari, clarinettista e insegnate del Conservatorio di Milano che mi ha dato delle solide basi, la convinzione e i mezzi tecnici per raggiungere i miei sogni e Tino Tracanna con i quale ho studiato jazz e sassofono. Tino è uno dei miei riferimenti sia come sassofonista sia come compositore per la sua sensibilità musicale e umana. Amo la sua capacità di trasmettere entusiasmo, scavando dentro di sé per migliorarsi.

JC: E quindi cosa proponi?
FC: Cerco di dare voce alle mie emozioni e ai miei stati d’animo attraverso la melodia. Amo la ricerca della melodia e della bellezza formale, rielaborata con soluzioni stilistiche e compositive curate ma senza compromessi. È importante per me, come compositore, proporre soluzioni non scontate e in continua evoluzione ma il punto fermo è che siano godibili e piacevoli sia dal punto di vista dell’interprete che da quello dell’ascoltatore.

JC: In questo senso musicalmente a chi ti ispiri?
FC: Certamente a Wayne Shorter, Thelonious Monk, Miles Davis, Duke Ellington, Ravel, Debussy, Mozart, Sonny Rollins, Stravinskij, Joe Henderson, Joe Lovano, Branford Marsalis e Rimsky Korsakov.

JC: Qual è per te il momento più bello della tua carriera di musicista?
FC: Quello che ancora deve arrivare!!! ogni volta che suono e condivido con gli altri diventa un momento bello ed emozionante.

JC: Quali sono i musicisti con cui ami collaborare?
FC: La scelta dei musicisti è sempre avvenuta per affinità musicale e personale, sensibilità e creatività e la voglia di migliorarsi di continuo con grande umiltà e onestà intellettuale. Amo collaborare coi musicisti con cui ho fatto un percorso insieme e con i quali ho condiviso progetti, sogni e ambizioni come con Massimo Colombo, Massimo Manzi, Giulio Corini e Javier Pérez Forte. Questi artisti sono incredibili, riescono sempre a stupirmi per il talento, la spiccata sensibilità e la rara generosità, una qualità, quest’ultima, indispensabile per riuscire a rimettersi sempre in gioco, a non adagiarsi mai sui risultati raggiunti. Ogni volta che suoniamo in studio e dal vivo non c’è mai routine, succedono sempre cose incredibili, sorprendenti. Tra noi lo scambio di idee, suggestioni ed emozioni è continuo e sempre fertile. E ciò è dovuto, oltre che alle loro indiscutibili qualità musicali, a un legame di amicizia che dura ormai da anni.

JC: Cosa stai progettando a livello musicale per l’immediato futuro?
FC: Oltre a promuovere i due ultimi progetti pubblicati, ovvero, Doppia Traccia e Nuvole di Carta a settembre registrerò un nuovo disco in duo col chitarrista argentino Javier Pèrez Forte e che verrà sempre pubblicato da Crocevia di Suoni Records nel 2012; un progetto nato come naturale continuazione di quello iniziato e pubblicato nel 2007 Escaleras che ha ottenuto un ottimo riscontro di pubblico e critica.

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