JazzColo[u]rs Ottobre ’09 Magazine – a cura di Marco Maimieri

FELICE CLEMENTE QUINTET BLUE OF MINE (Crocevia di Suoni Records – 2009) Un progetto nato, per ammissione dell’autore stesso nel libretto interno, osservando l’orizzonte, “quell’incantevole punto di congiunzione tra cielo e mare […] dove si fondono due magiche entità, completamente diverse ma compatibili in modo del tutto fluido e naturale”. Un’immagine con cui il sassofonista Felice Clemente veicola l’idea che questo sesto album a proprio nome sia frutto e fusione delle esperienze e degli incontri musicali fatti finora, oltre che delle vicende più importanti della sua vita e della sua carriera. Il tutto animato dall’esigenza di far incontrare le culture musicali che ama — il jazz, il blues, la classica, l’afro, il latin, il tango — per “raggiungere l’anima di tutti coloro che sanno lasciarsi attraversare dal flusso dei suoni […] con la naturalezza di un respiro o del battito del cuore”. Questa esperienza, condivisa con musicisti con i quali collabora da tempo — da Massimo Colombo a Massimo Manzi fino a Tino Tracanna — colpisce sia per il talento, la sensibilità e la generosità dei protagonisti, sia per il dialogo aperto, privo di forzature e dogmi stilistici con cui è affrontata la realtà sempre più composita del jazz contemporaneo. “Un dialogo — fa notare ancora Clemente — dove ogni strumentista ha avuto lo spazio per mettere in risalto le sue peculiarità, ma sempre al servizio della nostra unica padrona: la Musica”. Una musica leggiadra e stimolante che fluisce complice fra le pieghe del gruppo, lasciando una persistente e (im)palpabile sensazione di energizzante piacere corale. Basti ascoltare le linee serpentine e scoscese del leader su Divertimento n. 1, intrecciate con quelle parimenti evocative e cangianti di Tino Tracanna e Antonello Monni, gli intriganti e diamantini ricami di Bebo Ferra, il profondo e intenso eloquio di Massimo Colombo, i robusti e simbiotici scambi fra il dinamico e tonico Giulio Corini e il colorato e frastagliato Massimo Manzi, per capire. L’intero album sgorga da tale estetica e proprio per questo, per il suo accattivante e fascinoso cangiare stilistico-espressivo all’interno di un unicumcomposito e aperto, se ne consiglia l’ascolto integrale, perdendosi volut(tuos)amente fra le vie o tracce del crocevia di suoni da esso evocato. _Marco Maimieri

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