JAZZCONVENTION.NET – recensione del 1/08/11 – a cura di Vincenzo Alonzo

Felice Clemente Quartet – Nuvole di carta – Scritto da Vincenzo Alonzo. Crocevia di suoni records – CDS005 – 2011. Felice Clemente e il suo quartetto hanno impiegato tutta la loro esperienza, energia e capacità incidendo la musica di questo recente Nuvole di carta, un’opera di elevatissimo spessore musicale e di profondo coinvolgimento personale da parte dei musicisti, che emerge già dopo solo pochi ascolti. Impossibile rimanere indifferenti di fronte a tale perizia tecnica e sapienza esecutiva. Le composizioni sono tutte a firma del leader, eccetto due brani (Aneddoti e Bastian contrario) scritti dal pianista Colombo, e la ripresa della celebre The young prince and princess – Theme from Shéhérazade (di Rimsky-Korsakov). Clemente si mostra guida sicura e mai troppo invadente nei confronti dell’alchimia collettiva, che è il vero punto di forza del progetto: trattasi di interplay basato su frequenti motivi comuni, anche all’unisono tra i vari strumenti, che conferiscono compattezza alle composizioni, alternati a scambi armonici e di ritmiche dai quali si deduce un affiatamento frutto di lunghe frequentazioni. Ciò emerge in particolar modo  tra il leader e Colombo, pianista invero vulcanico e raffinatissimo, molto più che una spalla per Clemente, ne incarna la controparte armonica, orchestrale, fornendo supporti ritmici solidi e però sempre mutevoli, studiatissimi passaggi che si alternano a ispirati momenti di guizzo improvvisativo. Una sensibilità moderna, memore della tradizione degli anni ’60 (il riferimento è quello ovvio a Coltrane), obliqua ma nitida è la cifra che accomuna i due strumentisti, al punto che sembra di ascoltare un duo all’interno del gruppo stesso, in un affascinante e ipnotico gioco di scatole cinesi. Il contrabbassista Corini offre una prestazione notevole anche in virtù della composizione a sua firma, la magnifica e sghemba Lost in blues; Manzi, dal canto suo, non tradisce le aspettative di batterista tra i migliori in Italia, fornendo un drumming franto e discreto, necessario a sostenere le architetture ideate da Clemente, in bilico tra sensibilità nera e cuore europeo, doti che lo avvicinano forse, se si vuole trovare un modello, a Joe Lovano. Ad alzare il livello del disco è il sapiente lavoro di regia che si coglie nelle scelta dei brani da includere e della loro disposizione; ogni brano è realmente diverso dall’altro per sonorità, ritmica o semplicemente per l’intenzione comunicativa che ne è alla base, ciò conferendo quell’ampiezza di respiro necessaria al raggiungimento degli obiettivi che si pone un’opera così ambiziosa. Musica per soddisfare i palati più fini, dunque, che non mancherà di riservare sorprese anche alle orecchie più smaliziate.

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