JAZZITALIA.NET aprile 2009 – di Enrico Pessina

Giunto al sesto album da leader, con Blue of mine, Felice Clemente ha raggiunto, nella doppia veste di sassofonista e compositore, una consapevolezza che lo porta ad evitare approcci scontati per colpire in pieno il bersaglio utilizzando il proprio virtuosismo (influenzato da maestri come Sonny Rollins, Joe Henderson e Wayne Shorter) per percorrere a modo proprio le strade del passato, con sguardo nuovo e penetrante. Blue of mine si propone così come un affresco formicolante di idee, suoni, ritmi e colori sempre cangianti – dal post bop più energico a echi latin e afro, da suggestioni neoromantiche a un lirismo asciutto che punta dritto al cuore melodico dei brani. Un affresco che trova il suo mastice soprattutto nella forza di uno stile ormai maturo, capace di tenere insieme con coerenza struggenti tenerezze e improvvise accensioni, rigore e libertà esecutiva, amalgamando il tutto con la perfetta empatia tra i musicisti, che si destreggiano abilmente anche come solisti. Del resto, si tratta di strumentisti del calibro di Bebo Ferra alle chitarre, Massimo Colombo al piano, Giulio Corini al basso e Massimo Manzi alla batteria. I nove brani di Blue of mine lasciano una traccia duratura nell’ascoltatore sia per la loro grande forza espressiva sia per l’inesauribile emotività che ogni brano possiede e che fa sì che ognuno dei piccoli riflessi della musica sprigioni la verità e la bellezza di un emozione provata, di un ricordo serbato a lungo, di un piccolo richiamo al sogno e all’innocenza. “Questo disco”, osserva Clemente nelle note di copertina, “rappresenta per me il frutto e la fusione delle esperienze e degli incontri musicali fatti finora, oltre che delle vicende importanti che hanno segnato la mia vita e la mia carriera. Il tutto animato dalla profonda esigenza di far incontrare le culture musicali che amo – il jazz, la musica classica, l’afro, il latin e il tango – allo scopo di raggiungere l’anima di tutti coloro che sanno lasciarsi attraversare dal flusso dei suoni, senza frapporre filtri e fisime concettuali, ma solo vivendoli pienamente con la naturalezza di un respiro o del battito del cuore”. Blue è la parola chiave del tuo ultimo album: fa parte del titolo del cd e del nome di uno dei brani più intensi, ma è anche la cromia predominante della copertina. Una parola polisemica, ricca di significati. Blue è un colore, ma anche uno stato d’animo, visto che in inglese significa malinconia, così come, soprattutto in ambito jazzistico, viene spontaneo associarla alle blue notes… INTERVISTA DI ENRICO PESSINA: Che cosa volevi comunicare con questa parola? Blue rappresenta tutti quegli stati d’animo che il jazz, in tutte le sue sfaccettature, suscita in me ogni volta che ne entro in contatto: dalla malinconia alla serenità, dalla passionalità alla razionalità. Ma “blue” è anche il colore dell’elemento ispiratore di questo disco, ovvero, l’orizzonte: quell’incantevole punto di congiunzione tra cielo e mare, quella linea apparente dove si fondono due entità, terra e cielo, completamente diverse ma compatibili in modo del tutto fluido e naturale. Quindi “blue” diventa, in quest’ultima accezione, anche la metafora di quella fusione tra stili che ricerco nella mia musica, una fusione che comunque non va confusa con pratiche modaiole come il pastiche postmoderno. Dopo “Danzon”, pubblicato nel tuo Live del 2007, hai inciso nel nuovo cd un altro brano di Tino Tracanna, “Imaharat”. Quali stimoli interpretativi ti danno le composizioni del tuo maestro? Tino ha sempre rappresentato per me un punto di riferimento musicale e professionale. Trovo che le sue composizioni siano molto profonde, ispirate e godibili, sia dal punto di vista dell’interprete, sia dell’ascoltatore. Mi piace la sua ricerca della melodia e della bellezza formale, rielaborata con soluzioni stilistiche e compositive mai scontate e fedeli alla sua accesa sensibilità in continua evoluzione. Mi sembra che in “Blue of mine” affronti in maniera diversa, più ricercata e creativa, la relazione tra composizione e improvvisazione. E’ solo una mia impressione o c’è del vero? Il rapporto tra composizione e improvvisazione in questo mio ultimo disco è effettivamente molto più stretto. Ho cercato di creare nuove soluzioni nella composizione e nell’arrangiamento che dessero alla mia musica una fluidità e una freschezza maggiori e che potessero spingere i musicisti a sentirsi più liberi e coinvolti. E, infatti, c’e stata una grande partecipazione e collaborazione da parte di tutti i musicisti coinvolti nella realizzazione di Blue of mine. Credo e spero che ne sia venuto fuori un dialogo aperto, privo di forzature e dogmi stilistici. Un’interazione dove ogni strumentista ha avuto lo spazio per mettere in risalto le sue peculiarità. Usi con sempre più frequenza il sax soprano, strumento sul quale hai raggiunto un controllo invidiabile. Lo suoni di più per questioni di colore e di timbro o per una particolare urgenza espressiva (penso, per esempio, alla possibilità di muoverti meglio sui sovracuti)? Considero il sax soprano uno strumento a sé, ricco di risorse, che va suonato in maniera del tutto diversa dal sax tenore. Suonandolo si può passare dalla liricità più profonda al fraseggio più grintoso. Inoltre, ho avuto un approccio davvero positivo con il soprano. Già dalla prima volta che l’ho suonato, mi sono sentito a mio agio. Per la prima volta in un tuo disco da leader, compare la chitarra, suonata nell’occasione da un asso come Bebo Ferra. Mi puoi spiegare i motivi di questa scelta? La scelta di Bebo ha dato alla mia musica e al gruppo una sonorità più ricca e moderna per la varietà delle soluzioni timbriche e stilistiche che le sue chitarre hanno immesso nel tessuto sonoro. Bebo è davvero un asso, uno dei massimi esponenti di questo strumento, e la sua bravura, sensibilità e intelligenza musicale hanno arricchito molto il disco. Quanto hanno inciso nella tua crescita musicale Massimo Colombo, Giulio Corini e Massimo Manzi, i tuoi partner in “Blue of mine”, ma anche i musicisti con i quali suoni dal vivo? Sono incredibili, riescono sempre a stupirmi per il talento, la spiccata sensibilità e la rara generosità, una qualità, quest’ultima, indispensabile per riuscire a rimettersi sempre in gioco, a non adagiarsi mai sui risultati raggiunti. Ogni volta che suoniamo in studio e dal vivo non c’è mai routine, succedono sempre cose incredibili, sorprendenti. Tra noi lo scambio di idee, suggestioni ed emozioni è continuo e sempre fertile. E ciò è dovuto, oltre che alle loro indiscutibili qualità musicali, a un legame di amicizia che dura ormai da anni. Stai avendo un’attività live piuttosto intensa. Ultimamente ti ho ascoltato in concerto un paio di volte e mi pare che i brani di “Blue of mine” siano particolarmente efficaci anche dal vivo. Sei d’accordo? È vero, questi brani hanno un’efficacia “live” notevole, perché hanno una struttura compositiva che permette di dare molto spazio all’improvvisazione e all’interazione tra i musicisti, di creare il giusto equilibrio tra i momenti più strutturati e quelli liberi. Ogni concerto diventa così una continua sorpresa sia per noi che per il pubblico. Finiamo con un gioco. Se potessi fare un viaggio a ritroso nel tempo, diciamo negli anni Sessanta, e scritturare quattro musicisti dell’epoca con cui incidere un album, quali sceglieresti? Domanda divertente ma anche molto ostica, non è affatto facile scegliere tra i tanti musicisti degli anni Sessanta che mi hanno influenzato, che ho sempre ammirato e con i quali sarebbe stato un sogno suonare. Fatta questa premessa, sto al gioco: Bill Evans al pianoforte, Jim Hall alla chitarra, Paul Chambers al contrabbasso e Elvin Jones alla batteria. Mica male, vero? Enrico Pessina per Jazzitalia
http://www.jazzitalia.net/recensioni/blueofmine.asp

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