MILANO CULTURA del 24 febbraio 2009 – a cura di Andrea Dusio

LA CIFRA LIQUIDA DI FELICE CLEMENTE Il musicista calabrese presenta in quintetto il suo nuovo album al Blue Note Un’occasione davvero preziosa per poter ascoltare dal vivo uno dei musicisti italiani più interessanti e dinamici in ambito jazz. Il concerto che Felice Clemente ha tenuto al Blue Note di Milano in occasione della presentazione del suo nuovo album, “Blue of Mine”, lo conferma come uno dei nostri interpreti più intelligenti, capace di filtrare linguaggi musicali differenti, restituendoli con straordinaria freschezza. Spiega Clemente che l’idea di “Blue of Mine” è nata mentre, in una lunga giornata d’estate, osservava su di una spiaggia della Calabria l’orizzonte, cercando di indovinare il punto di congiunzione di cielo e mare, che è poi una linea di fusione tra due entità fluide. La sensazione che restituisce questa musica è esattamente la stessa. Ineccepibile linearità e semplicità in apparenza, e si pongono invece come una sorgente ininterrotta di suoni amichevoli e conosciuti, ricombinati in maniera però del tutto nuova. Ci si può riconoscere il funk, le sonorità latine, le figure della musica classica, le cadenze del tango. Ma di jazz cristallino si tratta, increspato da queste e mille altre suggestioni, eppure capace di rimandare sempre a sé stesso, alla libertà creativa di una musica perennemente instabile tra scrittura e improvvisazione. Gli strumenti infatti durante il concerto dialogano con composta libertà. Clemente non è un musicista che ami i disequilibri, e l’assetto del suo quintetto riflette questa predilezione per la cantabilità del suono, per questo procedere lungo percorsi adamantini, in cui si alternano sì tensioni e frasi più placidamente liriche, ma sempre con ineccepibile misura e stile. Nulla è troppo urlato, scomposto, caotico: anche questa è una maniera sottilmente italiana, solare, eufonica, di destreggiarsi tra le note blu. Felice Clemente ora dialoga con le chitarre di Bebo Ferra, sempre intelligentemente sospeso tra l’esplorazione del silenzio e la rarefazione, e un suono morbidamente fusione, e il panismo di Massimo Colombo, fondamentale appunto nel determinare la fluidità delle parti melodiche. La sezione ritmica composta da Giulio Corini e dal bravissimo Massimo Manzi sostiene l’interplay con grande calibro, asciuttezza e concretezza. Come in “The Second Time”, in cui un tempo dispari viene incessantemente variato. Il sax tenore esplora poi i languori di una bossa che scivola via con grande levità, in “All too soon”, o si arrampica sciorinando l’arte del ballader consumato in “Nemesis”. Ma forse la suggestione più alta la si raggiunge con una composizione firmata da Tino Tracanna, “Imaharat”, in cui spicca l’introduzione di Bebo Ferra. Il concerto, con versioni di ciascuna traccia estese ed estremamente dinamiche, restituisce l’idea di un musicista in stato di grazia, focalizzato sulla capacità di riformulare sotto la propria cifra liquida tutte le sonorità che lo suggestionano.

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