Way Out Sud

2003

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FELICE CLEMENTE | Sassofono tenore e soprano
GIOVANNI FALZONE | Tromba e flicorno
MASSIMO COLOMBO | Pianoforte
VALERIO DELLA FONTE | Contrabbasso
TOMMY BRADASCIO | Batteria

Il quintetto nasce nel 1998 per volontà di Felice Clemente ed è costituito da musicisti di rilievo del panorama jazzistico. Il quintetto è il punto d’incontro tra musicisti che hanno fatto della musica la propria ragione di vita, caratterizzato dalla convergenza di una pluralità di linguaggi in relazione alla formazione degli stessi (musica classica, jazz, afro-cubana, etc…) e unito da una profonda cultura che anima e giustifica la musica proposta, dai chiari riferimenti al mainstream e al hard-bop, con una moderna veste sonora.
Il progetto WAY OUT SUD, voluto fortemente dal sassofonista, rappresenta l’incontro tra la tradizione jazz e quella afro-cubana legate da una profonda ricerca e da un’ispirata vena compositiva, concretizzato poi, con l’incisione del disco “ Way Out Sud” a nome del quintetto prodotto dall’etichetta discografica
SPLASC(H) RECORDS.

Il commento di Luca Bragalini
Un tocco di compiaciuta ironia ruota la bussola del celeberrimo capolavoro di Sonny Rollins Way Out West ad altro punto cardinale in direzione Sud; ma non è al meridione statunitense che si riferisce il titolo del disco, regione del blues e del jazz tra il Mississippi e i postriboli di New Orleans così come l’immaginario vuole, ma al Sud della nostra terra, in particolare la Calabria. È li che ha le sue radici Felice Clemente ed è quel ricordo (sfocato dal tempo eppure nitido nella nostalgia) che nutre la composizione Way Out Sud così come la raffinata Amantea.
Un lavoro che ha la tracimante baldanza e l’irruenza delle opere prime più ispirate ma nello stesso tempo quindi non manca di volgersi al passato: a quello del proprio percorso biografico certo, ma anche al trascorso della storia del jazz. È per questo che possiamo definire WAY OUT SUD un disco tradizionale. Termine che fa trasecolare e che la nostra sensibilità, forgiata al pensiero romantico interessato solo al nuovo e all’originale, in un primo momento percepisce alla stregua di un infamante epiteto.
Eppure basta conoscere la storia del jazz (quella vera, mondata da fandonie, leggende e storielle) per prendere coscienza che tutti i più grandi geni di questa musica hanno potuto spiccare il loro balzo nel futuro proprio perché ben radicati nel passato, proprio perché le loro idee si poggiavano su una tradizione assolutamente mai rigettata. La musica di Louis Armstrong, Thelonious Monk o Ornette Coleman è al contempo rivoluzionaria e tradizionale (e proprio qui risiede la loro magia).
Le composizioni di WAY OUT SUD (tutte originali di Clemente a parte Turkey’s Flight del bassista Valerio Della Fonte) pagano quindi il loro tributo ai giganti dell’hard-bop anni Cinquanta: le intuizioni, i timbri, le soluzioni formali di Horance Silver, Sonny Rollins, Dexter Gordon, Thelonious Monk di volta in volta affiorano all’ascolto del disco. Eppure questo patrimonio così prezioso non si concretizza in una musica che è un conglomerato di cliché ma è al contrario lo stimolo capace di librare la creatività di ognuno dei musicisti del quintetto. Ascoltiamo Blues For Elvira. E’ evidente e manifesto l’omaggio ai blues di Monk: l’incipit cromatico à la Blue Monk, i frammenti di rapide scale esatonali, le armonie in tensione, gli spiazzanti spostamenti ritmici (persino la prediletta tonalità monkiana di sib) eppure ciò che ascoltiamo è assolutamente originale. Clemente e i suoi musicisti altro non hanno fatto che rimuginare su Monk ed il blues tradizionale (si ascoltino gli ispirati assoli di piano e di tromba) per l’intera durata del brano in modo profondamente personale, così come Monk stesso ha riflettuto su Nice Work If You Can Get It di Gershwin per tutta la vita con una tale individualità che quella canzone, in fondo, è diventata un’opera di Monk. Eccellente anche il brano che schiude il sipario: Dragon Fly. L’impianto formale ricorda Silver (ed il suo blues-canzone in minore Soulville) nondimeno ancora una volta la penna di Clemente si distingue: piene di sorpresa ad esempio le pause inattese incastonate nella fraseologia del tema; e poi c’è l’elegante improvvisazione di Clemente al tenore e lo struggente solo della tromba di Falzone che inizia incaponendosi su una tensione di tredicesima.
Way Out Sud inoltre ci riporta alla memoria il grande debito del jazz verso la musica afrocubana (filo rosso che il grande Jelly Roll Morton aveva già individuato, in una Crescent City così squisitamente spanish, agli inizi del Novecento). Il brano che da il titolo al disco è infatti fondato sul ritmo del songo che si alterna allo swing mentre Happy Calypso ci restituisce la danza delle Isole Vergini filtrata attraverso il St. Thomas di Rollins. E’ in questo brano che il batterista Tommaso Bradascio si ritaglia lo spazio di un chorus di improvvisazione di singolare senso melodico.
E poi quale sottile malinconia è introdotta dalla chitarra di Manuel Consigli in Lady TT; una composizione che alterna ad una sezione B costruita su un ricco movimento armonico una parte A nella luminosa tonalità di Fa maggiore in cui la musica sembra arrestarsi, sospesa in aria, grazie ad un reiterato pedale di tonica. Un brano che ci trasmette il sentore della levità e della grazia così com’è leggiadro il bel assolo di soprano di Clemente.
Infine come non porre l’accento sul lieve (e quindi ancora più prepotente) tributo alla propria terra e alla propria vicenda umana: Amantea. Un cullante ritmo in 6/8 lega due sole armonie rese ancora più essenziali da un unico pedale di tonica: è un grande spazio aperto, infinito come il Mar Tirreno quando lo si osserva dalla costa; al di sopra di questo si leva l’aggraziata melodia di soprano contrappuntata dal flicorno. Ed insieme ci suggeriscono il tepore del sole. Perché in fondo noi tutti prima o poi ci volgiamo indietro, e non tanto per tendere al passato ma, come Satchmo con la sua New Orleans, per guardare verso casa.

Luca Bragalini

Competenze

Postato il

09/03/2020

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